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Diego si Racconta tra rap, poesia e nuova consapevolezza

  • Immagine del redattore: Radio Talk Z
    Radio Talk Z
  • 31 gen
  • Tempo di lettura: 8 min

Siamo nel 2026, un anno che per molti è solo una data sul calendario, ma che per Diego rappresenta il punto di arrivo (e di ripartenza) di un viaggio durato quasi un decennio. In un mondo musicale che corre veloce, dove le canzoni durano quanto una storia su Instagram e gli artisti nascono e spariscono nel giro di una stagione, c’è chi sceglie la strada meno battuta: quella della pazienza, della costruzione lenta e, soprattutto, della metamorfosi.


È la storia di un ragazzo di provincia che ha trovato nella scrittura il suo scudo e la sua spada, passando dal rap serrato al cantautorato d’autore, cambiando pelle come un serpente che si prepara a una nuova vita. La parola chiave di questa chiacchierata, e di tutta la sua carriera, è proprio questa: metamorfosi. Un concetto che non indica solo un cambiamento estetico, ma una rivoluzione interiore che ha ridefinito il suo modo di stare al mondo e sul palco.

Mettetevi comodi, magari con le cuffie alle orecchie, perché stiamo per entrare nella testa di un artista che non ha paura di dire addio al passato per abbracciare il futuro.


Quando la Musica è scritta nel DNA

Spesso ci chiediamo se il talento sia qualcosa che si impara o qualcosa con cui si nasce. Ascoltando Diego, la risposta sembra pendere decisamente verso la seconda opzione. La sua metamorfosi in artista non è stata una decisione presa a tavolino, ma l'evoluzione naturale di un bambino che, già dai tempi dell'asilo, sentiva l'urgenza di esprimersi attraverso la voce.

Non stiamo parlando del classico sogno adolescenziale di diventare una rockstar per saltare le interrogazioni. Per Diego, la scrittura e il canto erano compagni di viaggio fin dalle scuole elementari. Immaginate un bambino che, invece di limitarsi a giocare a calcio, sente il bisogno di mettere in rima i suoi pensieri, di scrivere poesie, di trasformare le emozioni in parole. “È una cosa che mi ha accompagnato fin dalla prima infanzia”, racconta, sottolineando come quella scintilla fosse presente molto prima che lui stesso ne capisse il potenziale professionale.


La vera presa di coscienza, però, arriva con l'età adulta, intorno al 2016. È lì che la passione si trasforma in mestiere. Ma come si capisce che "è la volta buona"? Per Diego, la conferma non è arrivata dai numeri dello streaming (che all'epoca erano ancora un miraggio per molti), ma dal contatto umano. Il momento della verità è stato entrare in uno studio di registrazione, lavorare al primo album e, soprattutto, vedere la reazione delle persone ai primi concerti. Quando vedi che il pubblico non solo ascolta, ma risponde emotivamente ai tuoi testi, capisci che non stai più solo giocando: stai lasciando un segno.


Lì, la metamorfosi da "appassionato che canta in camera" a "artista professionista" si è completata. Una consapevolezza che non nasce dall'ego, ma dalla constatazione oggettiva che le sue parole avevano un peso specifico capace di toccare gli altri.


L’Arte di Scartare per Creare

Uno degli aspetti più affascinanti della creatività è quello che non vediamo: il cestino della carta straccia (o, nel caso della musica digitale, la cartella "Cancellati"). Diego ci porta dentro il suo processo creativo, svelandoci che la metamorfosi di un'idea in canzone non è sempre un percorso lineare. Anzi, la maggior parte del lavoro di un cantautore consiste nel saper dire di no alle proprie creazioni.


È un concetto controintuitivo per chi non è del mestiere: perché buttare via qualcosa che hai scritto con il cuore? La risposta di Diego è di una lucidità tecnica impressionante. Non si tratta solo di ispirazione, ma di coerenza. Lui ragiona per album concettuali, opere che devono avere un filo conduttore solido, quasi narrativo. Se un testo, per quanto bello, "stona" con il resto del discorso, deve essere sacrificato. È una scelta dolorosa? Assolutamente sì. “I testi parlano sempre della mia vita”, confessa, ammettendo che scartare un brano è un po' come rinnegare un pezzo di sé.


Ma la musica è anche tecnica e "resa". A volte un testo magnifico su carta, una volta musicato, perde la sua magia. Oppure, semplicemente, non c'è spazio fisico nel disco. Questa selezione darwiniana delle canzoni è fondamentale per garantire che ciò che arriva alle nostre orecchie sia solo il meglio, il distillato più puro della sua arte. E mentre ci spiega queste dinamiche complesse, la vita reale fa irruzione nell'intervista con la voce (o meglio, la presenza) di Nancy, una delle sue due gatte. Un momento di leggerezza che ci ricorda che, dietro la metamorfosi artistica e i grandi concetti, c'è la quotidianità di un ragazzo che vive la sua musica tra le mura di casa, circondato dai suoi affetti a quattro zampe.


È proprio in questo equilibrio tra rigore professionale e umanità domestica che nasce la magia delle sue canzoni: la scrittura dei testi è il suo regno, il luogo dove si sente più sicuro, mentre l'arrangiamento musicale viene affidato con fiducia a collaboratori esperti, in un atto di delega che richiede grande maturità.


Addio "Drama", Benvenuta Realtà

C'è stato un tempo in cui Diego si faceva chiamare Diego Drama. Un nome d'arte che suona quasi come un presagio, o forse come una dichiarazione d'intenti. Ma da dove arrivava questo pseudonimo? La storia è curiosa e si intreccia con la sua passione per il cinema.


Nei primi anni della sua carriera, chi ascoltava i suoi provini notava una costante: i testi erano bellissimi, sì, ma tremendamente drammatici, scuri, intensi. “Scrivi sempre cose 'Drama'”, gli dicevano, usando il termine inglese che definisce il genere cinematografico drammatico.

Diego, con una buona dose di autoironia, decise di abbracciare quella etichetta, trasformando una critica in un marchio di fabbrica. Diego Drama era il rapper che raccontava le ombre, che non aveva paura di scavare nel dolore. Ma come ogni fase della vita, anche questa doveva avere una fine per permettere una nuova metamorfosi.


Oggi, nel 2026, quel nome non c'è più. Diego ha deciso di tornare al suo cognome di nascita, di presentarsi al pubblico senza maschere e senza filtri. Perché? Perché l'uomo che sta per pubblicare il nuovo album non è più il ragazzo del 2018. “Ho voluto tagliare col passato”, ammette. Non perché rinneghi ciò che è stato – anzi, ne va fiero – ma perché quel nome era legato a un genere, il Rap/Hip-Hop, che oggi gli sta stretto. Tornare al proprio nome anagrafico è un atto di coraggio: significa dire "questo sono io, nudo e crudo". È il simbolo esteriore di un cambiamento interiore profondo: l'abbandono dei flow serrati per abbracciare la melodia del cantautorato, la scelta di una poetica più essenziale. La metamorfosi qui si fa identitaria: il "personaggio" lascia spazio alla persona.


Dal flow alla poesia pura

Se ascoltate i vecchi lavori di Diego (come Luce o Denume Stagioni) e li confrontate con ciò che sta per uscire, potreste pensare di aver cambiato artista. La metamorfosi stilistica è stata radicale. Otto anni di silenzio discografico non sono passati invano; sono stati un laboratorio in cui Diego ha smontato e rimontato il suo modo di fare musica.


Il passaggio chiave è quello dal Rap al Cantautorato classico. Sembra un salto tecnico, ma è soprattutto un salto mentale. Nel Rap, la sfida è incastrare quante più parole possibili, giocare con le metriche, riempire gli spazi. Nel Cantautorato, la sfida è opposta: togliere, asciugare, lasciare che sia il silenzio o una singola nota a parlare. “Ho cambiato proprio stilisticamente il modo di scrivere”, spiega Diego. Meno parole, ma con un peso specifico maggiore.


A guidarlo in questo nuovo territorio sonoro c’è una figura leggendaria: Giorgio Cordini, storico musicista che ha suonato con Fabrizio De Andrè. La scelta di un produttore di questo calibro non è casuale: Diego cercava quel suono lì, quel sapore artigianale e senza tempo che solo i grandi maestri sanno dare. Niente autotune esasperato, niente basi preconfezionate, ma strumenti veri e arrangiamenti che respirano.


Tra le nuove canzoni, una brilla di luce propria: "Zena". Il titolo è il nome di Genova in dialetto, ed è una rielaborazione matura di un brano scritto dieci anni fa. È una dedica a Fabrizio De Andrè, il suo faro artistico. Cantare questo pezzo oggi, con la consapevolezza dei suoi anni e l'accompagnamento di chi con Faber ci ha suonato davvero, chiude un cerchio perfetto. La metamorfosi qui raggiunge il suo apice: il rapper che voleva spaccare il mondo ha lasciato il posto al cantautore che vuole raccontarlo con la grazia dei grandi poeti.


Ispirazioni, Feat Mancati e Sogni

Nessun artista è un'isola, e la metamorfosi di Diego è stata nutrita dall'ascolto di giganti. Quando gli si chiede con chi vorrebbe collaborare, la risposta tradisce subito la sua anima divisa tra due mondi. Da un lato c'è il rimpianto, quello nobile, di non aver potuto conoscere Fabrizio De Andrè, definito senza mezzi termini "il più grande poeta della musica d'Italia e probabilmente del mondo". Faber non è solo un idolo, è il metro di paragone etico e artistico su cui Diego ha tarato la sua bussola.


Dall'altro lato, guardando al panorama contemporaneo e al suo passato rap, spunta il nome di Caparezza. Una scelta che denota intelligenza: Caparezza è forse l'unico artista in Italia che è riuscito a unire tecnica rap e profondità cantautorale, un "genio lirico" che Diego stima profondamente. E per il presente? Il sogno si chiama Roberto Vecchioni, un altro maestro della parola che insegna come la cultura possa diventare canzone pop senza svilirsi.


Ma la vera maturità di Diego emerge quando parla del successo. A inizio carriera, la fame di numeri e di riconoscimento è quasi fisiologica. Oggi, la prospettiva è cambiata. Diego non cerca più il successo "becero", quello dei tormentoni estivi che durano un mese. Cerca un pubblico che gli somigli. La sua metamorfosi umana lo ha portato a desiderare connessioni reali, non follower. Vuole persone che credano nella sua poetica, che abbiano voglia di ascoltare e non solo di sentire. È una visione più saggia, più adulta, che si riflette anche nelle scelte manageriali: meno rischi azzardati con etichette discografiche dubbie, più passi ponderati.


Essere "saggio" nel 2026, per un artista, è forse la forma di ribellione più grande.


Premi e Orizzonti

Nonostante la sua umiltà, Diego non è certo un esordiente allo sbaraglio. Nella sua bacheca ci sono riconoscimenti importanti come il Premio Milano Sanremo e il Premio De Andrè (vinto, attenzione, con delle poesie, non con delle canzoni, a dimostrazione della sua versatilità). Vincere questi premi non è solo una questione di targhe da appendere al muro. Per chi viene dalla provincia, dalle montagne bresciane lontano dai salotti milanesi o romani della discografia, questi premi sono benzina per l'autostima.


Sono la conferma che la metamorfosi sta funzionando, che il talento, se coltivato con dedizione, può fiorire anche lontano dai riflettori delle metropoli. “Ti dà la consapevolezza di essere riconosciuto nel tuo talento”, dice Diego, ricordandoci quanto sia difficile emergere partendo da un contesto periferico. Ma forse è proprio quella provincia, con i suoi ritmi più umani e i suoi silenzi, ad aver permesso a Diego di sviluppare una voce così unica e introspettiva.


Ora, con il 2026 davanti a sé, Diego è pronto a presentare al mondo il frutto di questi anni di lavoro, silenzio e cambiamento. Dai palchi condivisi con Cristiano De Andrè alle nuove date che verranno, la sua musica è pronta a viaggiare. E noi siamo pronti ad ascoltare questa nuova incarnazione di un artista che ha capito una grande verità: per restare fedeli a se stessi, a volte, bisogna avere il coraggio di cambiare tutto. La metamorfosi è compiuta, ma il viaggio è appena iniziato.

Se volete scoprire il mondo di Diego e lasciarvi trasportare dalle sue nuove melodie, restate sintonizzati. Dalle montagne di Brescia al cuore della musica italiana, la strada è tracciata.

 
 
 

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