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Mattia: la musica diventa destino e corazza

  • Immagine del redattore: Radio Talk Z
    Radio Talk Z
  • 29 gen
  • Tempo di lettura: 7 min

Hai mai avuto quella sensazione strana, quasi magica, di ascoltare una canzone e sentirti improvvisamente nudo, come se l’artista avesse letto nel tuo diario segreto? Non è solo un caso. Si tratta di una connessione profonda che passa attraverso frequenze, testi e, soprattutto, vibrazioni emotive.

In un mondo che corre a trecento all'ora, dove i legami spesso durano quanto una storia su Instagram, c’è chi ha deciso di fare della musica non solo un mestiere, ma una vera e propria religione. Parliamo di Mattia, un artista e produttore che ha trasformato la sua vita in un’opera sonora, raccontandoci come il suono possa anticipare la realtà e proteggere la nostra parte più fragile.


Vent’anni di corde e tasti: la genesi di un polistrumentista totale

Tutto ha inizio quando sei solo un bambino e, invece di chiedere l’ultimo videogioco, ti ritrovi con una chitarra tra le mani. Mattia ha iniziato così, a otto anni, da autodidatta. Non è una storia comune: è l’inizio di un viaggio durato vent’anni, dove la musica non è stata un semplice hobby, ma una costante imperturbabile. Immaginate un ragazzino che scopre un mondo nuovo semplicemente pizzicando sei corde di metallo. Da quel momento, il legame con lo strumento non si è mai spezzato, diventando il porto sicuro in cui rifugiarsi durante le tempeste della crescita.


Oggi, a 28 anni, Mattia non è "solo" un chitarrista. È quello che potremmo definire un architetto del suono. La sua curiosità lo ha spinto a studiare e padroneggiare una varietà impressionante di strumenti: batteria, basso, clarinetto, sassofono e pianoforte. Ma perché prendersi la briga di imparare tutto questo?


La risposta sta in un sogno che coltivava fin da piccolo: non voleva dipendere da una band per dare vita alle sue visioni. Voleva essere lui il creatore assoluto, colui che in fase di produzione potesse costruire ogni singola traccia, ogni sfumatura, ogni vibrazione emotiva partendo da zero.


È il concetto di "One Man Orchestra" portato nell'era moderna, dove lo studio di registrazione diventa un laboratorio alchemico.

Nonostante questa versatilità, c’è sempre uno strumento che rimane nel cuore, e per Mattia è la chitarra. Tuttavia, il suo sguardo è già rivolto altrove, verso il fascino profondo e viscerale del contrabbasso.


C'è qualcosa di ipnotico in quello strumento così ingombrante ma capace di vibrazioni così calde e basse. E poi c’è la batteria, che per lui rappresenta lo sfogo fisico definitivo. Avendo praticato pugilato, Mattia sa bene che a volte la rabbia e l’energia non possono essere espresse a parole: servono le bacchette, serve colpire le pelli con forza per trasformare la tensione in ritmo. È un processo catartico, una trasformazione di energia pura che passa dai muscoli al suono.


Vibrazioni emotive allo stato puro: la musica come lente d’ingrandimento

C'è un concetto molto potente che emerge dal modo di vivere la musica di Mattia: l'idea che il suono ci renda tutti più sensibili, quasi "down" nel senso più empatico del termine. La musica agisce come un catalizzatore delle nostre sensazioni interiori. Avete presente quando siete tristi perché una storia è finita o state affrontando un lutto, e mettete su quella canzone malinconica? Non lo facciamo per stare peggio, ma per vivere quell'emozione allo stato puro. La musica triplica la nostra percezione: se siamo tristi, ci permette di toccare il fondo per poi risalire; se siamo felici, ci fa sentire invincibili, pronti a spaccare il mondo.


Queste vibrazioni emotive non sono semplici reazioni chimiche nel cervello, ma un modo per connettersi con la parte più autentica di noi stessi. In una società che spesso ci impone di nascondere la vulnerabilità sotto filtri di perfezione, la musica ci dà il permesso di essere fragili. È come se le note creassero uno spazio sicuro dove non esiste il giudizio.


Mattia sottolinea proprio questo: la capacità della musica di farci sentire le emozioni "senza filtri". Non c’è mediazione, non c’è razionalità. È un linguaggio che arriva alla pancia prima ancora che alla testa.

Pensate a quanto sia fondamentale questo aspetto per la generazione attuale. Viviamo in un’epoca di sovraccarico informativo, dove siamo costantemente bombardati da stimoli. Riuscire a fermarsi e "sentire" davvero qualcosa è diventato un atto rivoluzionario.


La musica, in questo senso, è l’ultima frontiera dell'autenticità. Quando un artista riesce a trasmettere le proprie vibrazioni emotive attraverso un pezzo, crea un ponte invisibile con l’ascoltatore, facendogli capire che non è solo nei suoi sentimenti. È una forma di solidarietà sonora che non ha bisogno di troppe spiegazioni.


Destini Fragili e il potere della premonizione musicale

Entriamo nel vivo della produzione artistica di Mattia parlando del suo ultimo singolo, Destini Fragili. Qui la storia si fa quasi mistica. Mattia non scrive seguendo la cronaca della sua vita; non si mette al computer quando è nel bel mezzo di un dramma. Al contrario, lui scrive per "premonizione". Sembra incredibile, ma i suoi pezzi nascono quando sente che qualcosa sta per succedere, quando percepisce un cambiamento nell'aria, anche se apparentemente tutto sembra tranquillo.


Destini Fragili è stata scritta in un periodo di calma apparente, ma portava in sé il seme di ciò che sarebbe accaduto mesi dopo. È una canzone che parla di crescita interiore, di maturità, ma anche delle difficoltà relazionali ed economiche che caratterizzano la nostra epoca. Il titolo stesso è un manifesto: siamo una generazione che fa fatica a impegnarsi, che vive tutto in superficie per paura di farsi male. Spesso preferiamo scappare piuttosto che affrontare la fatica di costruire qualcosa di solido.


Le vibrazioni emotive di questo brano toccano temi profondi come il costo della libertà. Essere liberi, per Mattia, ha significato fare sacrifici enormi: allontanarsi dalla famiglia, chiudere relazioni importanti, trasferirsi, perdere amici lungo la strada. Ma il vero "destino fragile" è quello di chi non riesce a parlarne, di chi si tiene tutto dentro per timore di chiedere aiuto. Scrivere questa canzone è stato per lui un modo per esorcizzare quel silenzio, per dare voce a un disagio comune ma spesso taciuto.


E la cosa più assurda? Si è ritrovato a vivere esattamente quelle situazioni poco dopo averle messe nero su bianco. La musica, per lui, è una bussola che indica la direzione prima ancora che il viaggio abbia inizio.


Quando la musica diventa uno scudo contro il giudizio

Un aspetto fondamentale emerso dall'intervista a Radio Taglionzi è la difficoltà di aprirsi agli altri. Mattia confessa di essere una persona che fatica a mostrare le proprie vulnerabilità in tempo reale. È facile parlare di un dolore passato, quando la ferita è ormai cicatrizzata, ma è difficilissimo dire "sto male proprio ora".


C’è una metafora bellissima che usa: dare a qualcuno le proprie emozioni attuali è come "consegnargli il coltello dalla parte del manico". È un atto di consegna totale che ci espone al rischio di essere feriti proprio lì dove siamo più scoperti.

In questo contesto, la musica interviene come una corazza invisibile ma potentissima. Attraverso le sue canzoni e le sue vibrazioni emotive, Mattia riesce a dire ciò che non direbbe mai a voce. Sul palco o in cuffia, non c’è la paura di essere giudicati o di dare potere a qualcuno sopra di noi.


C’è solo la verità del momento. È paradossale: l’artista si mette a nudo davanti a migliaia di sconosciuti proprio perché non può farlo con le persone più vicine. La canzone diventa un filtro, un mediatore che permette di comunicare l'incomunicabile.

Questa "sicurezza sonora" è ciò che permette a molti creativi di non impazzire. Senza questo sfogo, tutte quelle emozioni represse finirebbero per implodere.


La musica funge da valvola di sfogo, trasformando il "coltello" della vulnerabilità in uno strumento di condivisione universale. Non si tratta di nascondersi, ma di trovare il linguaggio giusto per essere se stessi senza sentirsi in pericolo. Per chi vive di vibrazioni emotive, ogni nota è un mattoncino aggiunto a una fortezza che non serve a isolarsi, ma a proteggere la propria essenza mentre la si mostra al mondo.


Dietro le quinte del suono: creare mondi da una singola nota


Mattia non è solo un artista che si esibisce; è anche un produttore con una propria casa discografica che segue altri talenti. Questo gli permette di avere una visione a 360 gradi di ciò che significa far nascere una canzone. Per molti di noi, la musica è solo ciò che sentiamo su Spotify o vediamo in un live, ma il lavoro che c’è dietro è immenso e affascinante. È quello che lui chiama il "backstage della creazione", un processo fatto di ricerca, errori e intuizioni improvvise.

La sua parte preferita? Il preludio della nascita. Quel momento magico in cui un'idea vaga, un riff di chitarra o una singola parola iniziano a vibrare nella testa e promettono di diventare qualcosa di grande. È l'eccitazione della scoperta, il brivido di avere tra le mani un potenziale capolavoro. Certo, poi c'è la fase centrale, quella più ostica, dove si entra in un loop di "fai e rifai", dove si cerca la perfezione sonora e si rischia di perdere la bussola. Ma quando la canzone giunge alla conclusione, la soddisfazione è impareggiabile. Vedere come un'intuizione si è trasformata in un insieme coerente di vibrazioni emotive è la ricompensa finale.

Lavorare con altri artisti richiede una dose enorme di empatia. Bisogna saper ascoltare non solo la musica, ma anche le persone. Essere un produttore significa aiutare gli altri a tirare fuori la propria voce, rispettando il loro stile ma guidandoli verso una qualità superiore. In un certo senso, Mattia mette a disposizione degli altri la sua esperienza ventennale e la sua sensibilità per far sì che ogni release sia un pezzo di verità.


Il mercato discografico oggi è saturo, ma la differenza la fa sempre chi ci mette il cuore, chi non si limita a produrre un beat orecchiabile ma cerca di trasmettere qualcosa che resti nel tempo.


L’invito finale: lasciarsi travolgere dal ritmo della vita

Arrivati alla fine di questo viaggio nel mondo di Mattia, resta un messaggio chiaro e potente: la musica non è un accessorio, ma una necessità vitale. È il filo rosso che unisce le nostre esperienze, il traduttore simultaneo delle nostre gioie e dei nostri dolori. Attraverso le sue parole, abbiamo capito che non bisogna avere paura della propria fragilità, perché è proprio lì che nascono le canzoni più belle e le connessioni più vere.


L'invito che Mattia rivolge a tutti noi è semplice ma profondo: "Ascoltate, ascoltate, ascoltate musica". Non fatelo come sottofondo mentre fate le pulizie o guidate nel traffico, o almeno non solo. Prendetevi il tempo per farvi travolgere dalle vibrazioni emotive che un brano può regalarvi. Lasciate che la musica faccia il suo lavoro, che vi scavi dentro, che vi faccia ballare o piangere se ne avete bisogno. È l’investimento più economico e redditizio che possiate fare per la vostra salute mentale e spirituale.


In un'epoca di "Destini Fragili", dove tutto sembra scivolarci addosso senza lasciare traccia, abbiamo bisogno di ancore emotive. Che sia una chitarra suonata da autodidatta a otto anni, un contrabbasso che sogni di imparare a trenta, o semplicemente la tua playlist preferita, non smettere mai di cercare quel suono che ti faccia sentire vivo. La musica è lì, pronta ad aspettarti, pronta a trasformare ogni tua vibrazione interiore in un’armonia universale.

E allora, alza il volume e lasciati andare: il tuo destino è appena iniziato, e ha una colonna sonora pazzesca.

 
 
 

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