Oltre il palcoscenico: Paolo Bosisio tra teatro e insegnamento
- Radio Talk Z
- 19 gen
- Tempo di lettura: 6 min
C’è chi considera il lavoro un dovere, chi una necessità e chi, come Paolo Bosisio, lo considera semplicemente l’unico modo possibile di abitare il mondo
In questa chiacchierata esclusiva, Paolo ci apre le porte del suo passato e del suo presente, raccontandoci come si passa dalle aule di un liceo milanese ai palchi della Moldavia, passando per le prestigiose cattedre di Harvard e della Sorbona.
Il segreto? Non smettere mai di essere curiosi e, soprattutto, non distinguere mai la domenica dal lunedì quando quello che fai ti brucia dentro.
Il lavoro come missione oltre il palcoscenico

Il primo segreto di Paolo Bosisio è spiazzante nella sua semplicità: non esistono le vacanze. Ma non fraintendete, non stiamo parlando di stakanovismo tossico, bensì di un amore così viscerale per ciò che si fa da non sentire il bisogno di staccare la spina.
Paolo ha confessato di non aver mai fatto distinzione tra i giorni della settimana, fin da quando era giovanissimo. Che fosse la Befana o un martedì qualunque, l'obiettivo è sempre stato quello di vivere ogni istante intensamente.
Oggi, a un'età in cui molti pensano solo al meritato riposo, Paolo è più attivo che mai. Sta preparando due nuove regie internazionali che lo porteranno a viaggiare per l'Europa. A giugno sarà a Chisinau, in Moldavia, per dirigere la "Lucia di Lammermoor" di Gaetano Donizetti, mentre in autunno tornerà in Romania per la sua quinta "Traviata" tra Galati e Bucarest.
Questo dinamismo ci insegna che il talento non ha data di scadenza e che guardare oltre il palcoscenico significa non fermarsi mai ai traguardi già raggiunti, ma cercare sempre una nuova sfida, un nuovo spartito da interpretare o una nuova storia da raccontare. È questo mindset che trasforma un professionista in un maestro: la capacità di restare curiosi e pronti a mettersi in gioco, indipendentemente dall'anagrafe.
La scintilla dell’insegnamento: Un destino nato per caso
Come si diventa uno dei professori più rispettati d'Italia? Sorprendentemente, per Paolo l'insegnamento non era l'obiettivo primario. Fin da piccolo, il suo cuore batteva per il teatro, la lettura e le belle lettere. Sognava di fare l'attore, poi ha capito che la sua vera vocazione era la regia.
Ma la vita, si sa, ha spesso piani diversi e ci spinge a guardare oltre il palcoscenico dei nostri desideri immediati.
Mentre frequentava l’università, Paolo iniziò a fare supplenze per necessità economica. Dalla scuola media (l'unica volta nella sua vita) al liceo, fino alla carriera accademica. La sua è stata una scalata iniziata come assistente volontario, lavorando gratuitamente per anni pur di restare in quell'ambiente che lo stimolava. È un esempio incredibile di come la gavetta e la determinazione paghino sempre.
In quegli anni, Paolo faceva il professore per "mangiare", ma nel frattempo costruiva le basi per quello che sarebbe diventato il suo impero culturale. La sua passione per il teatro è riuscita a infiltrarsi persino nell'austera Università Statale di Milano, dove non esisteva un insegnamento di storia del teatro finché non è stato lui, con la sua visione innovativa, a portarlo in cattedra.
Questo ci insegna che non importa da dove si parta, ma quanto siamo disposti a lottare per unire i nostri doveri alle nostre passioni più profonde.
L'esperienza internazionale oltre il palcoscenico

Insegnare non è un atto univoco, e Paolo lo sa bene. Nella sua lunga carriera ha incontrato ogni tipo di studente: dai ragazzini delle medie agli adulti già formati, fino a insegnare in istituzioni leggendarie come Harvard, la Sorbona o il Trinity College di Dublino.
Ma qual è la vera differenza tra l'insegnamento in Italia e quello all'estero? Secondo lui, il sistema italiano è profondamente radicato nella ricerca.
In Italia, un professore universitario è prima di tutto uno studioso. L'insegnamento è considerato un'appendice della ricerca personale: "Ogni anno facevo un corso in cui parlavo delle mie ricerche di quell'anno", racconta Paolo.
All'estero, invece, la didattica è molto più pesante in termini di ore (si arriva anche a 18 ore di lezione a settimana contro le 6-10 italiane), lasciando meno spazio alla scrittura e all'approfondimento teorico.
Questo confronto ci permette di guardare oltre il palcoscenico della nostra comfort zone nazionale e capire che ogni sistema ha i suoi pro e i suoi contro. Paolo ha vissuto entrambi i mondi, portando la sua esperienza di ricercatore (con all'attivo ben 24 libri pubblicati) nelle aule di tutto il mondo, dimostrando che la cultura italiana ha ancora moltissimo da dire e da insegnare a livello globale.
Lo scambio umano con 16.000 allievi
Se c'è una cosa che rivendica con orgoglio, è il rapporto con i suoi studenti. Non si tratta solo di trasmettere nozioni di storia del teatro, ma di innescare uno scambio umano e culturale profondo. Nel corso della sua vita accademica, ha avuto circa 16.000 allievi e ha seguito oltre mille tesi di laurea. Numeri da capogiro che testimoniano un impatto generazionale immenso.
Guardare oltre il palcoscenico della lezione frontale significa per lui creare un dialogo. Molti dei suoi ex allievi sono rimasti in contatto con lui per decenni. Recentemente, a 14.000 chilometri dall'Italia, ha ricevuto la visita di due sue ex studentesse: una diventata medico e l'altra una dirigente di alto livello per il settimanale Topolino. Questo dimostra che un buon maestro non è quello che ti insegna a memoria una data, ma quello che ti aiuta a diventare la versione migliore di te stesso.
Il rapporto tra docente e discente è un viaggio condiviso dove entrambi imparano qualcosa. Per Paolo, vedere i suoi ragazzi avere successo in campi così diversi è la soddisfazione più grande, un successo che va ben oltre i confini del teatro o dell'università. È la prova che l'educazione, quando è fatta con amore, lascia un segno indelebile nell'anima.
Il coraggio di fallire e il paradosso dell'Opera in Italia
Non tutti i successi sono rose e fiori, e Paolo ha l'onestà intellettuale di ammettere anche i propri errori. Durante l'intervista, ha ricordato un allestimento dell' Otello di Verdi a Villa Erba che non lo ha soddisfatto affatto. Nonostante il pubblico avesse gradito, lui sapeva di aver sbagliato il progetto, sottovalutando le difficoltà tecniche e i limiti del contesto.
Questo momento di autocritica è fondamentale: ci ricorda che guardare oltre il palcoscenico significa anche avere il coraggio di guardarsi allo specchio e riconoscere i propri fallimenti per poter crescere.
Inoltre, Paolo ha sollevato una questione spinosa: perché i registi e i cantanti italiani lavorano così tanto all'estero e così poco nei grandi teatri italiani come La Scala? Esiste una sorta di "esterofilia" nei teatri nazionali che tende a premiare registi russi, tedeschi o inglesi, spesso a scapito della nostra tradizione.
All'estero, l'essere italiano è visto come una garanzia di qualità e competenza, poiché l'opera è nata qui e noi ne possediamo il codice genetico. In Italia, invece, si rincorre spesso l'innovazione a tutti i costi (come un'Aida ambientata in metropolitana), perdendo di vista la profondità della nostra lingua e della nostra musica.
È un paradosso che Paolo vive sulla propria pelle, portando la bellezza dell'opera italiana in giro per il mondo, dove viene celebrata con un entusiasmo che a volte fatichiamo a trovare in patria.
Dai saggi scientifici al cuore dell'infanzia

Con 24 libri pubblicati, ha esplorato ogni angolo della storia del teatro. Ma se la maggior parte delle sue opere sono saggi accademici rigorosi, ce n'è uno che occupa un posto speciale nel suo cuore: Quando il preside portava il grembiulino. Scritto durante il periodo del Covid su invito di Mondadori, questo libro racconta la sua infanzia e la sua formazione umana, andando ben oltre il palcoscenico accademico per toccare corde più intime e universali.
Nelle sue ricerche, Paolo ha riscoperto figure come Carlo Gozzi, l'antagonista di Goldoni, andando a scovare manoscritti inediti negli archivi di Venezia. È questo il lavoro del ricercatore: essere un detective della bellezza.
Ma nulla di tutto ciò sarebbe stato possibile senza i suoi maestri, come il professor Guido Bezzola o il leggendario Giorgio Strehler. Paolo sottolinea l'importanza di avere delle guide nella vita, persone capaci di lanciarti "un'esca" e insegnarti non solo una professione, ma un modo di stare al mondo.
Oggi, Paolo è lui stesso un maestro per migliaia di persone, un ponte tra il passato glorioso della nostra cultura e un futuro che lui vede negli occhi dei suoi giovani interlocutori. La sua storia ci ricorda che la vita è un'opera d'arte in continuo divenire e che il segreto per non invecchiare mai è continuare a cercare la bellezza, sempre e ovunque.
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